Un’alzata di scudi ha accompagnando il voto di fiducia al decreto Ronchi approvato ieri alla camera dei deputati (320 voti favorevoli e 270 contrari), in materia di liberalizzazioni dei servizi idrici nazionali. Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua è stato “inondato” da migliaia di e-mail di protesta contro l’articolo 15 della nuova normativa, che prevede l’affidamento a soggetti privati mediante procedure ad evidenza pubblica, dei servizi pubblici locali.

Secondo il governo la legge va in direzione delle direttive imposte dalla comunità europea, ma è veramente così? In realtà il Parlamento europeo stabilisce che Stato, Regioni e Comuni, possano scegliere liberamente a chi affidare la gestione dei propri servizi, fermo restando che l’acqua “è un bene comune” quindi estraneo alle logiche del mercato e del principio comunitario di libera concorrenza.

Allora perché il governo sta procedendo in questa direzione? Come stanno veramente le cose e come funziona la distribuzione idrica in altri paesi europei?

In alcuni paesi il servizio idrico è completamente pubblico, ad esempio in Olanda, dove l’acqua, la sua qualità ed il suo consumo sono costantemente monitorati. In altri, il servizio è misto, pubblico privato. Ad esempio in Francia e Svezia. Qui alcune multinazionali come la francese Voeil, gestiscono il servizio idrico di alcune città da quasi vent’anni, garantendo efficienza e qualità ma anche costi. La tendenza tuttavia sembra cambiare proprio oggi. Dal 2008 il Comune di Parigi (e con lui altri 50 in tutta la Francia) ha deciso di rimunicipalizzare il servizio idrico abbattendo così i costi delle bollette e garantendo una logica di totale trasparenza del servizio.  In Portogallo il 12,15% dell’acqua è distribuita da privati ma qui le liberalizzazioni iniziarono nel 1993. Il servizio pubblico portoghese è gestito quasi esclusivamente da Epal, una società statale che garantisce in modo efficiente la distribuzione idrica in un paese a forte rischio desertificazione.

In Italia la prima Regione a privatizzare il servizio idrico fu la Toscana. Nel 2001 vennero creati sei distretti territoriali, ognuno con la su Spa, di cui i privati possono detenere il 49% delle azioni. L’efficienza della rete è migliorata, anche a fronte dell’ammodernamento delle strutture, ma le bollette sono aumentate, ad Arezzo un metro cubo d’acqua costa al contribuente 1,38 centesimi di euro al metro cubo, a Milano 75 centesimo di euro. Ogni famiglia paga in media 199 euro l’anno, più di ogni altra regione del centro nord. Gli investimenti poi, anche a fronte degli aumenti tariffali non bastano e qui deve intervenire per forza di cose la Regione. Ma la Toscana ha anche un altro primato, in media le famiglie spendono 238 euro l’anno in acque minerali, un record europeo che la dice lunga sulla qualità dell’acqua dei rubinetti.

L’Italia ha per la sua stessa fisiologia interna profonde differenza. Al sud si sprecano migliaia di metri cubi l’anno a fronte delle stagionali emergenze siccità e desertificazione. Nonostante i fondi statali ed europei, molti acquedotti sono vecchi e poco efficienti. Latina vanta il primato di città più sprecona, ogni cittadino spreca 692 litri d’acqua l’anno. Un altro triste record.

Di contro la Regione Puglia ha dichiarato in questi giorni la ripubblicizazzione dell’acquedotto pugliese, minacciando di ricorrere alla Corte Costituzionale contro il decreto Ronchi. Analoghe iniziative sono state prese a Palermo, Caserta, Napoli e in molti altri Comuni italiani.

Sembra che il Governo si aspetti di pagare i debiti pubblici con le liberalizzazioni dei servizi. Ma non è detto che questa manovra approdi ad un esito felice. Siamo ansiosi di sapere cosa deciderà di fare il nostro comune in materia. Sappiamo che il Partito Democratico di Bersani si è già detto contrario alla gestione pubblica dell’acqua, meglio privatizzare….. e qui?

Livio Lazzari

Salve a tutti.

Ci avviciniamo alla fine dell’anno ed è tempo di bilanci anche per la nostra amministrazione. Giovedì prossimo la maggioranza presenterà il bilancio dell’anno 2009 di fronte al consiglio comunale. Sarà molto probabilmente una serata in cui i gruppi consiliari si affronteranno con il coltello tra i denti. Da una parte il PD difenderà l’operato svolto sin qui e l’eredità non sempre votata al risparmio della scorsa legislatura, dall’altra il Quinto Colle e il Popolo delle libertà pronti ad attaccare ogni capitolo di entrata ed uscita del salvadanaio comunale.

Altro argomento caldo, sarà la presentazione delle Commissioni consiliari e delle relative consulte (le prime composte dai consiglieri comunali, le seconde da privati cittadini) che saranno chiamate a discutere i temi cruciali della vita comunale. Quali ad esempio l’edilizia, le politiche familiari, le attività economiche, il lavoro, la cultura, i servizi sociali etc.

Il nostro obiettivo sarà quello di presentare un candidato cittadino per ogni consulta e inserirsi così in un dibattito di ampio respiro sulle tematiche sopra elencate.

Vi comunico anche l’introduzione di una nuova pagina sul nostro blog, quella dei: “Numeri utili”.  Sono i numeri di cellulare dei responsabili provinciali delle commissioni di lavoro istituite da Italia dei Valori nella nostra provincia. Per tutti coloro che fossero interessati a contattare i responsabili e a conoscere il loro piano di lavoro e le loro proposte questa pagina può tornare utile.

Un cordiale saluto

Italia dei Valori Quattro Castella

Buongiorno a tutti

Oggi scriviamo di fondazioni (culturali), cosa sono? Che finalità hanno, come si gestiscono e finanziano?

Se leggiamo una definizione del termine fondazione e proviamo a ripeterla a voce alta, potremmo avere l’impressione di aver detto tutto e niente. Nella pratica invece, questa figura giuridica ha un ruolo ben preciso, anche se non sempre immediato. Proviamo a capire quale.

Un’istituzione culturale quale dovrebbe essere ad esempio la futura fondazione Bianello, dovrà guardare ad alcune leggi che ne garantiranno la sopravvivenza ma che le imporranno anche dei precisi obblighi e doveri. Ad esempio la legge 534/96 (Nuove norme per l’erogazione di fondi statali alle istituzioni culturali) stabilisce che un istituto culturale (una fondazione ad esempio) possa accedere ai contributi statali solo se:

  • Promuova o svolga attività di ricerca  in modo continuativo, documentato e fruibile
  • Organizzi mostre, convegni, manifestazioni di carattere scientifico e culturale
  • Disponga di un rilevante patrimonio (archivistico, museale, bibliografico, etc) pubblicamente fruibile in modo continuativo
  • Svolga e fornisca servizi di accertato e rilevante valore culturale

Quindi una fondazione culturale, oltre ad essere un ente senza fini di lucro, deve possedere dei requisiti fondamentali che ne garantiscano il riconoscimento ma soprattutto il finanziamento. Gli stessi parametri indicati dal Ministero dei Beni Culturali e dalla legge 534, sono richiesti anche dall’ AICI (Associazione italiana istituzioni culturali), un associazione attorno cui ruotoano ottanta istituzioni culturali di fama nazionale e internazionale.

Prima di procedere oltre è necessario fare una distinzione. In Italia esistono due tipologie di fondazioni, la fondazione di tipo Erogativo e quella di tipo Operativo. Il primo tipo, quello Erogativo (grant-making) in genere finanzia iniziative realizzate da soggetti terzi. Questo tipo di fondazioni sono per larga parte fondazioni di origine bancaria, (un esempio vicino: la fondazione Manodori). Il secondo o Operativo, gestisce un proprio patrimonio, con livelli diversi di attività.

In una relazione del dottor Marco Demarie, si sottolinea come lo strumento della Fondazione Operativa sia spesso usato dalle Amministrazioni pubbliche per una riorganizzazione e trasformazione degli enti pubblici, “non sempre con straordinario successo”.

La fondazione di tipo Erogativo, quella cioè di origine bancaria, può infatti contare su una piena autonomia finanziaria, diverso invece il caso della fondazione di origine pubblica. Essa deve garantire l’utilità collettiva, la valorizzazione del patrimonio, il controllo pubblico-politico e allo stesso tempo attivarsi per la ricerca di nuovi partners e co-fondatori (spesso fondazioni bancarie) a cui chiedere finanziamenti etc.

Se guardiamo al nostro caso, anche la regione Emilia Romagna ha un’apposita legge ( l.r 37-94 ) sull’erogazione di fondi pubblici. Può configurarsi quindi come possibile partner. Tuttavia, sempre secondo il dottor Demarie, il solo intervento pubblico non è sufficiente a garantire la sopravvivenza della fondazione.

I principali nodi da sciogliere sono:

  • La sottopatrimonializzazione: le entrate patrimoniali sono insufficienti a sostenere livelli minimali di attività o manutenzione e ciò comporta la ricerca sistematica di introiti addizionali.
  • La presenza di volontariato: sebbene quest’aspetto possa sembrare positivo a tutti gli effetti, il venir meno di un soggetto volontario nella gestione può mettere a repentaglio la gestione della Fondazione
  • La difficile definizione dei beneficiari dell’operato svolto
  • La difficile misurazione della meritorietà dell’azione culturale svolta
  • La creazione  continua di nuovi progetti per agevolare nuove richieste di finanziamento

Detto ciò intuiamo come sia difficile rispondere alle esigenze di un patrimonio culturale, senza ricorrere ad una ricerca strategica di finanziamenti e partners. Come abbiamo detto lo Stato e alcune Regioni, offrono un aiuto in questo senso, ma non dobbiamo dimenticare anche enti Europei, locali, territoriali etc.

Negli Stati Uniti, ma in genere nel mondo anglosassone ogni fondazione è dotata di un ufficio dedito al foundsourcing, la ricerca cioè di nuovi finanziatori. Oltremare è poi consolidata l’abitudine di concedere agevolazioni fiscali a quei privati che si fanno carico di una donazione nei confronti di un qualsiasi ente che abbia per finalità il bene collettivo.

In conclusione : fondi pubblici diretti, maggiori donazioni individuali, (quindi coinvolgimento attivo e non marginale della cittadinanza durante la pianificazione del progetto) rapporto con le fondazioni di origine bancarie/erogative, e attività commerciali potrebbero essere la via da seguire per un modello tutto da sperimentare di Fondazione nuova.

Livio Lazzari